
GRazie serena, WastePiped goupie dalle doti narrative superbe!!
Intro.
(su serena e l’inizio del viaggio)
Joaquin phoenix spunta da pagina 58, occhi tenebrosi e chitarra in fiamme su uno sfondo di basso caseggiato dall’intonaco rosa fluo, stupendo. Il tizio del rollingstone dice che il phoenix conturbante (mia definizione per distinguerlo dal phoenix sexy, suo fratello river, che per altro ha già fatto il botto) è “strepitosamente somigliante a johnny cash” nel film che esce a febbraio. Boh. Sarà.
Chiaramente il treno da susa è in ritardo, avranno deciso di punirci...
‘sti anarcoinsurrezionalisti muntagnin che ostacolano il progresso
vabbè.
Ho le dita tutte rattrappite, anche un po’ bianchicce cadaveriche, non riesco a girare le pagine.
La panchina della stazione è così fredda che cambio posizione ogni dieci secondi, e poi c’è il tipino tamarro col sedere strizzato nei jeans chiari -giubbetto ridicolo di frav, nike con tre strati di calzini sotto la linguetta...ma c’è ancora qualcuno che li mette?- che sputacchia come un lama proprio a dieci centimetri dal mio piede. Che fastidio.
Alla fine arrivo a porta nuova alle 18.58. Scatto felino di sere dal binario 17 al 3 mentre una tizia languisce mollemente dal microfono
trenointerregionalepersavonainpartenzadalbin
uff uff
ariotrefermanellestazionidim
oblitera sereeee
oncalieribzz
Robs ha un piede su e uno giù, una figurina tutta nera coi capelli lunghi fluttuanti in controluce. Mi vede? Mi vede! Inforco la prima porta facendole gesto di salire.
E uff.
Le nostra urla con abbraccio in mezzo al vagone fanno girare tutti, ma chissene, siamo sulla via per la libertà!
***
Primi uomini.
(il centro, presentazioni di alcuni personaggi)
La cosa più bella dell’inverno è il cielo.
Chi l’ha detto che il cielo stellato è roba da spiaggia a ferragosto, col mare illuminato dalla luna, un po’ di vento tiepido e tutto il resto? non è vero.
Il naso attaccato al vetro del pandino di ele, il collo piegato in modo innaturale per vedere in su, c’è il cielo più bello dell’anno, questa sera. Dalla collinetta dove abita mario, si vede tutta torino con le luci un po’ sfocate, e più in alto una specie di alone grigiastro che sembra nero slavato, e poi su, ancora più su, quel cielo bello, che non è luminoso, profondo, manto avvolgente eccetera, ma freddo, incredibilmente e maestosamente freddo, le stelle ridotte a puntolini fiochi, e il nero opaco che è quasi austero, e bello.
Arriviamo a chieri un po’ in anticipo. L’appuntamento per la gente di fisica è al centro patchanka, pizzata+concerto. E questo centro è proprio chic, soffitto alto, pavimento che sa di pulito, magari non è vero, ma sa di pulito, clima familiare, gruppetti affaccendati in movimento, e pareti fantastiche. Al di là dei vari graffiti colorati e scritte e foto illustri e manifestini, ci sono quelle due pareti ai lati del palco che fanno un effetto assurdo, per un po’ rimani lì incollato e cerchi di capire dove cominci il disegno, che poi sembra la versione proletaria di un quadro di optical art, o un escher bambino che si è divertito con il pennarello a riempire un foglio, un po’ a caso. Ecco, è un bel disegno pieno, enorme e pieno, un ricamo spigoloso nero sul bianco del muro che sembra muoversi mentre lo guardi. Mi piace un sacco.
ciao il lava!
lava viene avanti sorridente.
ciao sere
sono tutti qui che provano i suoni.
Mi ha sempre fatto una certa strana sensazione questa parte del preconcerto. Rumori forti apparentemente sconclusionati, stridori, parole rimaste a metà, e tutto nella luce biancogialla del locale ancora semivuoto. Dopo sarà penombra, fasci di luce colorata e quasi psichedelia, sarà il caldo in mezzo al pubblico, e tutti i suoni saranno amalgamati perfetti, dopo. Ma ora c’è quella precarietà sottile che lascia sempre tutto sospeso.
A parte i pipes, si scorgono parecchi figuri bislacchi. Cioè, sono assolutamente normali in questo contesto, ma un po’ bislacchi in genere. Ci sarebbe da scrivere un libro del tipo “musicisti e fonici: manuale per l’uso”: il modo di parlare, gesticolare, toccarsi i capelli, aggirarsi tra la folla sicuri dentro e brillanti fuori, è una roba unica.
E poi riconosci in breve le prime donne, o meglio: gli uomini che, inconsciamente o meno, fanno le prime donne, di solito cantanti e/o prime chitarre...i “front-men” -che fa tanto gergo impegnato-, li riconosci a prima occhiata, perché hanno sempre quel qualcosa in più, un particolare messo in mostra con finta noncuranza, i vestiti appariscenti o lo sguardo un po’ sopra le righe, o la camminata superba, qualche volta anche una specie di alone che dice guardami guardami. Niente di male, in fondo, ma tant’è.
E stasera ci sono addirittura tre rappresentanti della categoria! chic.
Christian sta lì piantato sotto il palco, gambe larghe, i capelli ricci vaporosi ormai oltre le scapole fanno rima con le ciocche rosse di vicky. Mi affianco.
ciao!
Due sorrisi.
Occhi blu di christian e occhi neri di vicky.
Sul palco c’è una mischia di gente che si agita, quasi tutti curvi sugli strumenti, le mani, belle mani in genere, trafficano su manopole corde tasti cavi bacchette, ogni tanto qualcuno emette un suono, grida qualcosa, fa una smorfia, fa su o giù con le dita, poi torna curvo. Grumi di capelli di varia forma e consistenza nascondono i volti.
il lava, chi sono quelli?
e gli indico a caso in mezzo al palco
quello con la giacca marrone e quello dietro sono dei toe, gli altri dei baroque
fa il lava, gli occhi verdi che vedono mezzo metro più in alto dei miei. Sta bene con questo nuovo taglio corto da terza liceo. (nel senso la sua terza liceo)
Quello con la giacca marrone, come ha detto il lava, è proprio un po’ curvo sulla chitarra, un bel lespaul classico color lespaul chic inconfondibile, ha la giacca marrone stretta incollata addosso, pantaloni eleganti a zampa neri, un qualche disegno geometrico si intravede dalla camicia, forse quadretti. Quando solleva un po’ la testa e i capelli tornano per un attimo a posto, scopri un taglio fichissimo, la frangia lunga liscia un po’ di lato, le ciocche sulla nuca che quasi girano all’insù, tremendamente seventies.
Proprio affianco, l’altro, di nero vestito, capelli neri voluminosi che arrivano alle spalle, lo sguardo un po’ nero anche quello, nero-inquietante ecco, ha un che di magnetico e di spaventoso insieme
quello è matteo dei baroque
dice il lava, gongolando un po’ (questo suo nuovo ruolo di tessitore di relazioni interpersonali gli sta proprio bene addosso). L’avevo già visto una volta a porta nuova, quel matteo dei baroque, ma qui sul palco fa una figura diversa. Sembra il classico bello&dannato.
Chic.
***
Fragole con gelato
(cena con gli amici)
Arianna dagli occhi blu ha una maglietta proprio bellina stasera, tutti i ghirigori a metà tra l’azzurro e il marrone distribuiti ad arte addosso, e certe arricciature carine.
La pizza è un po’ lunga da finire, più che altro io e robs stiamo rievocando momenti di indimenticabile spessore del viaggio in irlanda ed è un’ora che ridacchiamo come due sceme. Il pezzo migliore vede un miscuglio di serate e incontri imbarazzanti e colpi di scena raccontati a singhiozzo in disordine, un po’ soffocate dalle risate, e dunque in un’unica interminabile frase senza pause assolutamente incomprensibile per tutti gli altri, credo, fino al culmine della cosa, quando sere per il troppo ridere inizia a lacrimare, e poi a piangere del tutto. Solita figura.
Mi prude sotto gli occhi.
Ogni tanto viene su il vocione di adriano che canta o esclama una delle sue sentenze, e poi a ruota la risata di mari con gridolini e grugniti. Carla stretta sull’angolo del tavolo parla col suo ragazzo, a bassa voce come sempre, mario, lanciato nell’imitazione di qualcuno, e poi ele e la sua collana bella, pennaz con una montagna di rucola sulla pizza, e le sue amiche un po’ intontite dalla cagnara generale (o magari si stanno chiedendo se è la fisica che rende la gente così sbarellata, o piuttosto sono quelli sbarellati ad essere attratti da campi, interazioni e bla).
Boh.
Me lo chiedo anche io.
e cosa fai ora? (vicina di casa settantenne con borsa della spesa, pareti rosso sangue del cubicolo, anche noto come ascensoredicasamia)
fisica
.. (silenzio indagatore/imbarazzato/sconvolto)
sì sono al terzo anno (tipica frase della serie ma chi te l’aveva chiesto)
..ah.. (pausa)
(e qui si aprono le opzioni: 1) la vicina intuisce che è una roba strana e fa una smorfia, a volte aggiunge qualcosa del tipo hai proprio voglia di studiare eh? oppure hai scelto proprio una cosa facile eh? 2) la vicina non sa bene la differenza tra fisica e le altre facoltà ma perlomeno ha capito che non sei al poli e dunque la sua smorfia assume l’ulteriore nota poveraccia, non diventa manco ingegnere, tzè 3) la vicina sorride e dice ti piace la ginnastica eh?)
..
(in genere ai punti 1 e 2 si aggiunga il fatidico commento “e dopo vai a insegnare?”)
(al che si trova una bella scusa e si scappa)
Dunque, tutti lì chinati sulle pizze con le ginocchia incastrate e quell’odore tiepido di sugo.
Se per un attimo, un attimo solo, riuscissi a vedere le cose dall’esterno, vedresti un tavolo banale rettangolare, tovaglia chiara, tovaglioli robusti quadrati di stoffa grossa, il giallo stinto delle birre chiare e il rosso chiazzato dei piatti semivuoti e il rosso anche un po’ distribuito sulle guance accaldate, e discorsi e frasi incrociate che fluttuano, si accalcano a mezz’aria, si arrestano, sospirano, riprendono con alti e bassi di tono, e gli occhi, gli occhi liquidi umidi brillanti, bellissimi i colori degli occhi umidi!, che guardano un po’ a caso e un po’ si soffermano, e ci saranno sempre due a catturare l’attenzione e gli altri a fare il coro attorno di risate e commenti e ci sarà sempre quello che mangia la pizza in tondo e quello che comincia dal mezzo e quello ordinato e quello che molla le croste, quello che qualcuno vuole una fetta? e quello che finisce tutti gli avanzi di tutti, ci sarà un unico rumore sordo di fondo, tintinnii, un unico respirare a metà mentre ancora mastichi e un unico ridacchiare soffocato e tossicchiare, dopo, e allora, se davvero riuscissi a vedere le cose da fuori, per un attimo soltanto vedresti qualcosa di speciale dietro la solita pizza e la solita cena con i soliti amici, per un attimo soltanto.
A un tavolo portano una coppa di fragole con gelato. Bon. Tutti conquistati dall’idea delle fragole con gelato. La cameriera dalla voce sussurrata e il viso dolce incorniciato dal chador ci porta le nostre fragole con gelato, assolutamente fuori stagione e così troppo irresistibili...occhi sgranati davanti alla prelibatezza come i bambinetti con le mani attaccate alla vetrina del pasticciere che fanno voglio quello, e pam, ditata sul vetro. Tutti lì in religioso silenzio a pasticciare il gelato e farlo crema e girare i pezzi di fragola con movimenti ritmati.
Un rumore di cucchiaini contro il vetro.
Dunque, mangi questo gelato con le fragole tutto di corsa, tutto d’un colpo, l’ansia di arrivare al culmine del piacere, che poi coincide con il fondo della coppetta, e la pappetta liquida che ci rimane e non riesci più a raccogliere.
E’ a quel punto che fai come uno scattino sulla sedia, un brivido accennato che ti fa tremare appena, e passi la lingua sulle labbra ghiacciate.
La gola quasi brucia.
***
Atto primo. Facciamoci due tubi.
(waste pipes)
Ecco, adesso qualcuno si chiederà
ma che c’entra l’aula e in questa storia?
(Scena: fanciullo biondo dagli occhi azzurro-che-ti-suicidi-dentro, seduto ricurvo alla cattedra dell’aula e con chitarra sgangherata in braccio, tre accordi in minore e tendenza a ritornelli deprimenti, lo sguardo già un po’ andato. Movimento lento degli occhi fino alla sua estrema sinistra, dove siede tale altro fanciullo con ricci capelli neri e occhiali spessi con montatura nera, reggae-hiphop style e voce sempre un pelo più alta del tono generale. Poi la frase: ci facciamo due tubi? e la sua congrua conseguenza).
Non c’entra niente, era solo un titoletto scherzoso sul fatto che ora parliamo dei pipes.
(e cazzo! ci volevano tre pagine e passa per arrivarci?)
I pipes.
Ancora mi viene in mente quando ero andata al primo “concerto”, waste pipes in concert nel garage di kina, tutti chiusi dentro per non dar fastidio alla gente del condominio, un odore forte di vernice, che si erano divertiti a verniciare certi lenzuoli, o forse erano pannelli di polistirolo, con scritte varie, forse uno striscione “waste pipes”, boh, non mi ricordo niente a parte questo odore pungente e il rimbombo assurdo nel garage e l’attacco di my blond baby. Giugno duemilaetre. E già quella volta il lava aveva dato in escandescenze con le sue facce e smorfie e linguacce durante l’esibizione. Tutti sconvolti.
Ora sono lì in mezzo alle ombre del palco, e mi fa ancora effetto.
a chi la dedichiamo questa canzone?
chris saltella verso il lava col microfono in mano
a sere
e il lava come al solito si mangia l’inizio e la fine della frase muovendosi avanti e indietro.
E mi fa ancora effetto.
Si può dire che mi mettono i brividi? si può dire che quando li sento mi vengono i brividi per tutti i ricordi, tutti assieme? non sarò mai obiettiva fino in fondo, non sarò mai distaccata abbastanza da poter ascoltare i loro pezzi come si ascolta la musica, e basta, perché vedo le loro facce e sento le loro voci dentro, e vedo me stessa dentro, un po’, solo un pochino, rivedo me stessa attraverso loro, e questo mi fa rabbrividire. Mi fa paura. Ed è una cosa così speciale che non credo smetterò di stupirmi mentre sorrido al palco come una bambina scema che si sorride allo specchio. E’ una cosa speciale. Come quando mi rintronavo a casa di boe attaccata alla batteria mentre provavano un nuovo giro e poi si bloccavano e poi ricominciavano e io e manu chiacchieravamo nei loro silenzi. Come quella volta che il lava mi faceva leggere un ritornello per assicurarsi che fosse a posto, e quando gli ho disegnato la prima locandina, erano tutti a casa mia per il mio compleanno credo, e l’ho tirata fuori che non era ancora finita e tutti hanno cominciato a fare battute sulle labbra della ragazza del disegno. Come quando ho messo il loro cd nello stereo e mia mamma ha detto ma sono loro? con un tono di sconvolgimento, e lo svacco sui divani della sala prove l’ultima sera della registrazione, col raffa che ancora smanettava sul computer e kina che emergeva in tutto il suo perfezionismo.
Vedo il lava con il giubbottino di pelle corto stretto, ora, gli occhiali da sole, la maglietta dei rolling stones che fa la linguaccia e lui la ripete uguale, ogni tanto, gambe larghe un po’ piegate e basso sceso col manico puntato minaccioso e le mille collanine e i braccialetti vari, e vedo il lava capelli corti e occhiali tondi da bravo ragazzino, e poi lo rivedo al rifugio gastaldi, la testa che emerge dalle nuvole mentre guarro scompare dietro le rocce cantando heidi heidi e poi lo rivedo alla maturità, cosa farai dopo lavagno? e lui spavaldo, faccia da schiaffi magistrale
la rockstar
noi tutti dietro a ridacchiare e lui pure, e quel sorriso, che non era mai stato così pulito.
Fanno pipe up. Boe sfodera tutto il suo arsenale di campanacci, il viso girato di profilo con le sopracciglia corrucciate che cercano il tempo ed è straordinario vedere quanto una persona si trasformi sul palco. Boe una volta ha ciccato il giorno di un qualche esame, boh, ha sbagliato la data. Si è presentato il giorno dopo. E poi ogni tanto perde il cellulare, e lo ritrova nelle pieghe dei sedili dell’auto. Cosa si deve pensare? E’ boe. Cosa devi pensare che uno così inaffidabile ti tiene il tempo? E poi sfodera quella sua faccia seria seria che fa quasi paura. L’unico che non ride sul palco, sembra sempre in uno sforzo astruso, tutto teso rigido contratto, i denti serrati. Kina col cappello calcato sugli occhi il più possibile, tutta la schiena dritta, le mani morbide, per un po’ sta serio anche lui, poi accenna un movimento, niente linguacce alla lava, intendiamoci, più sobrio, ma diciamo che risponde bene agli spunti altrui, magari chris gli si mette a fianco, e poi lava, e si muovono insieme, poi attaccano a molleggiare e agitarsi e dopo mezza canzone cominciano quelle loro spassosissime scenette omosessiche (wooo nuova parola!) di ancheggiamenti sculettamenti strusciamenti e fanno troppo scassare.
Cioè, capito che si spacciano per gente seria e qualcuno ci casca pure?
Quello che di solito non è serio per niente e tutti lo vogliono alle feste perché che festa è senza di lui, è guarro, e poi scopri che sul palco sta quasi un po’ nascosto, o magari è lava che fa il solito megalomane e riempie tutta l’ala destra, comunque guarro sta un po’ indietro, al massimo saltella, ecco, ondeggia, impostazione classica, e stasera ha un inatteso cappello da scassinatore che fa tanto the edge con eccesso di capelli.
E’ tutto troppo speciale per stare a dire che fanno il rock sborone commericale tamarro che mi piace, e tutto troppo per dire che mi piacciono e basta, perché è un po’ limitativo. E poi glielo dico sempre.
Quasi alla fine, ho ancora un po’ freddo addosso per il troppo freddo fuori, l’odore del fumo della macchina del fumo e i capelli di chris che spuntano a tratti mentre urlazza deeeeeeeviiiiiiiiiil devvvvvvviiiiiiil e già la gola mi gratta un po’ perché ho questo vizio di cantare mentre neanche sento la mia voce, così mi sforzo stupidamente e poi mi fa male.
Comunque, questo è il pezzo che mi piace di più.
E’ quando senti le orecchie ben piene rimbombanti e il suono che ti riempie la pancia che stai proprio bene.
***
(intermezzo)
(buh.. filosofeggiamenti)
Il primo film che ho visto da piccola è labyrinth, quello un po’ kitch di e con david bowie, un magnifico bowie nei suoi capelli platinati sparati sulla fronte e magnifico frac scintilloso con ghirigori, magnifico trucco nero. Avrò avuto sette o otto anni, e mi sono innamorata di david bowie. Bon, forse è quello che mi ha segnato, ho sempre tifato per lui, cattivo, conturbante e padrone di un mondo di finte cose di plastica anche un po’ orripilanti e ho sempre sperato in fondo che la ragazzina acquaesapone affondasse nella melma ripugnante che incontra a un certo punto e jareth chiudesse il tutto con una bella risata baritonale.
Ecco, jareth cantava e la ragazzina no, piagnucolava solo.
Beati quelli che possono salire sul palco a fare jareth e ridere di gran gusto, mentre noi ragazzine (mascara)esapone stiamo a guardare.
***
Atto secondo. The theory of qualcosa
(toe)
Smetana.
La moldava.
E’ uno dei miei pezzi preferiti in assoluto, che quasi mi vedo questo fiume che divora terreno con una maestosità disarmante e mi vengono sempre i brividini lungo la schiena.
Giaccamarrone sale sul palco e si toglie la giacca marrone. Sì, ha una camicia a quadretti, scura. Il suo bassista invece non ha proprio niente sopra i pantaloni, e una strepitosa croce di scotch, tipo da elettricista, argentato, proprio appiccicata davanti, e pure un berrettino un po’ sollevato. Mi ricorda qualcosa di un personaggio che conosco, ma non so più chi, tipo qualcuno uscito dal 70s show o come si chiama il telefilm che danno su Mtv, boh, sarà che tiene la schiena tutta dritta quasi incurvata all’esterno e ha proprio la faccia simpatica. Marco dice che è quellofuorideitoe.
Birra.
Birra birra.
Vado.
Banale piatta birra media bionda in bicchiere di plastica. Neanche mi ricordo che tanto la birra chiara non mi piace neanche troppo, e poi ogni volta mi ritrovo con questo bicchiere fastidiosissimo in mano e bevo di corsa per paura di rovesciarmi addosso tutto mentre mi muovo.
Pazienza.
La cosa bella è che quando torni c’è un qualcosa nell’aria, di strano, e fai come per stringere gli occhi, giusto per capire meglio: è tutto un po’ in penombra, le luci fluttuano sul grigio bianco e il palco improvvisamente appare leggero, quasi vuoto, la musica c’è, la senti proprio arrivare all’altezza della trachea e ti rimbalza tutto attorno ed è di quella forma un po’ tagliente e un po’ ruvida che ti costringe a stare con gli occhi fissi in cerca della sua fonte.
E ha una specie di consistenza anche, si tocca.
Mi piace.
C’è una certa sensazione che ritorna sempre uguale, quando hai passato le ore in mare a sguazzare e sputacchiare acqua salata e esci e ti appoggi piano all’asciugamano a terra cercando lentamente di evitare ogni minimo schizzo di sabbia e poi fai qualche mossetta per assestare la sabbia sotto e adattarla al tuo corpo e ti rimproveri che ti sei dimenticato di nuovo la doccia e già comincia a grattare tutto il sale addosso, ma no, non ti alzi, che non hai voglia, e non ti muovi di un centimetro, e aspetti che passi il freddo, a occhi chiusi riesci a sentire l’acqua che evapora dalla pelle e il sole che ti sfiora piano, sempre più forte, più forte, e poi brucia davvero, e stringi gli occhi, i muscoli contratti mentre vedi fantastiche macchioline verdi, e poi finalmente ti rilassi, tutte le cose passate, e il caldo addosso spinto fino in fondo.
Questa è la sensazione che mi sale adesso.
Non capisco una parola di quello che cantano i toe, ma non importa. Mi piace la musica.
Poi a un certo punto zac, pink floyd, giaccamarrone senza giacca butta lì qualche giro -com’è possibile sentire in una sera sola tanti pezzi preferiti mischiati assieme?-, i capelli giù in cascata, ennesimo cambio di tempo, ogni tanto solleva un po’ il viso per cantare, e fa un certo gesto ripetuto con precisione per spostare dagli occhi una frangia che non si sposta. Mi ricorda un po’ una specie di disegno in bianco e marrone che ho sul desktop con page e plant magrissimi stilizzati, in pantaloni a zampa ricamati a volute, e quell’aria dorata da quadro di klimt.
ciao seeeeeere
arriva la piccola mari e ci abbracciamo.
Più tardi farò la solita figura di andare a chiedergli se questi toe hanno un disco, e giaccamarrone tenterà di capire cosa dico
ho i tappi nelle orecchie...cosa?
perché vi chiamate toe?
eh?
perché vi chiamate toe?
ah sì in origine voleva essere theory of (e qui non capisco perché non sento una cippa neanche io) e poi è diventato toe..perché mi prendono anche in giro che ho gli alluci grossi
Questa è la prima volta che la sento.
(Beh, in fondo il lava dice sempre che waste pipes è la prima cosa che hanno letto sul dizionario di inglese..seeeeeeee...)
I toe non hanno un disco
lo stiamo registrando
fa con gli occhi chiari sottili a fessura.
Però hanno un sito, su vuvuvutoerockpuntoit ci sono certe cose divertenti, e pure una foto che sembra inghilterra o scozia (ma magari è solo un castello nel monferrato).
***
Atto terzo. Nero elegante.
(baroque)
Prima vignetta: ragazzino sedicenne in grossissime sformate scarpe da ginnastica con lacci strabordanti, jeans strabordanti anch’essi e camicione a quadri dice
mamma, posso ridipingere la mia stanza?
e lei, in fase relax sul divano
bè..penso di sì, certo.
Seconda vignetta: ragazzo, con espressione più decisa
posso farlo durante il week end?
mamma, con sorriso trionfante
perché no? sarà divertente! ti aiuterò a scegliere la sfumatura del colore..
Terza vignetta e ultima. Tono atonale del ragazzino (si capisce dalle circostanze) che già esce dal riquadro e mamma pietrificata a occhi sbarrati
il nero non ha sfumature, mamma.
Questa sequenza di zits è geniale.
Però non è proprio così, il nero ha le sue sfumature -prova a lavare dieci volte la tua maglia preferita nera e vedi poi come diventa bella svampita-. Dunque ho imparato che il nero della matita nera è più lucido di quello della matita colorata nera, e il nero degli occhi di luca è più cupo di quello dei suoi capelli. C’è il nero brillante, quello opaco, quello deciso, quello timido, quello appena accennato e quello marcato, il nero nero e il nero marrone, anche il nero viola a volte (rispettivamente guinness, cioccolato extra amaro e vino potente).
Dunque non ha molto senso dire che i baroque sanno di nero, e basta. C’è tutto un che di nero, attorno ai baroque, questo è vero, ma è un nero tutto particolare, fatto di pelle nuda contro il nero dei vestiti, di sagome nere che fluttuano e saltano sul fondo illuminato, dell’orlo nero delle tastiere e delle ombre delle dita che suonano, giacca nera del tastieristachitarrista con qualcosa di rosso che scintilla sotto, capelli nuvolosi neri del bassista, forme nere della batteria, in alto, il batterista mi ricorda un po’ quello dei greenday anche se ci azzecca poco, e poi indubbiamente matteo nerovestito, proprio centrale, con gli occhi che bucherebbero il video se ce ne fosse uno, tutti bordati pesanti di nero, quasi grondanti.
Stai piantato un po’ lontano dal palco e pure la musica è come se ti venisse incontro, è come una cosa densa che ti fa una curva attorno, non arriva subito dritta, fa una curva, ti avvolge in tondo con una certa finezza, si snoda, si scioglie, si distende, finchè ti si è adagiata addosso come un vestito elegante.
Ecco cos’è, una cosa elegante.
A occhi chiusi, potrei quasi aspettarmi di vedere qualcuno che suona la chitarra con l’archetto.
Poi li riapro e invece trovo matteo che canta guardando davanti, la testa china e lo sguardo nero da sotto in su, di nuovo quella cosa fluida elegante.
Robs sbatte le palpebre, sente giovanni lindo ferretti su questa musica, ne sono sicura, e per un istante la stanza diventa tutta moquettata, pareti viola scuro, un divano di pelle nera morbido, e robs seduta avvolta nei suoi capelli lunghissimi scuri, unghie laccate di rosso, che annusa piano un bordeaux.
Niente da fare, questi baroque sono di un bel nero elegante.
***
Fine.
(ma va?)
Ho le orecchie completamente tappate, tutto un rimbombo ronzante, becco tre spigoli e uno stipite di casa prima di raggiungere la mia camera, puf, seduta sul letto al buio mi tolgo la maglia e sa ancora un po’ dell’odore della pizzeria.
La pelle della pancia è tutta gelata.
Mentre faccio quel mio gesto di sollevare i capelli da sotto la nuca e girarli all’indietro sul cuscino guardo le macchie di luce sul soffitto.
Poi chiudo gli occhi, e le macchie si ritrovano nel mio buio per una danza schizzata senza musica.
Che chic serata.
***
17 gen 2006, 23.22
con (in ordine) Echo& the Bunnymen (dal cd di acca), Deep Purple (Machine Head), Black Sabbath (Black Sabbath) e l’inizio di Atom Heart Mother. Un gran freddo alle mani
Note:
“Labyrinth. Dove tutto è possibile.”, di Jim Henson, 1986
“Zits” di Jerry Scott e Jim Borgman, Linus 416 (nov 1999)
un grazie a toe e baroque per la loro musica, e ai pipes perché ci sono
se sei arrivato fino a questo punto senza collassare sulla tastiera, tanti complimenti per la sopportazione
(qualcuno ha contato i vari ‘chic’? colpa di elebs)