05 giugno 2006

NERA COME...

Non sapete con quale gaudio ed orgoglio riporto qui di seguito
l'ennesimo racconto di Serena, a questo punto "Romanziera di Corte"
a tutti gli effetti, sempre che a lei faccia piacere questa nomea.

Incipit per il racconto (semi-commissionato) è stato il Gran Ballo di Kaos,
Gran Concerto all'Hiroshima Mon Amour svoltosi giovedì 1 giugno 2006.

a voi:

Eccola. Come la neve, di notte. Eccola. E’ tutta lì per me, tutta molle lenta morbida, un’acqua tutta tiepida e liscia, una cosa che sa di lenzuola consumate e sa di te, lo sai? sa di te.
Con la mia solita tattica ungestoeevia mi sfilo l’accappatoio rosa, è ancora quello delle medie, un po’ corto di maniche ormai. Sciabattio. Sciabatto fino alle docce, il primo passo fa cic e poi si sente solo più l’acqua a scrosci che scende decisa sulla fronte, poi il naso, il mento, giù, a scrosci, sulle spalle, uno scalino, sul seno, la pancia. Giro la faccia in su, è un attimo, vedi per un attimo grigio e poi a occhi chiusi è solo un gran rumore che ti colpisce.
Sciabattio.
I miei capelli bagnati peseranno si e no tre chili buoni, un sacco morto freddo grondante fino a metà schiena. E’ la volta che mi decido a dare un taglio a sta roba. Mi metto quella cuffia terribile orribile odiosa, mamma che odiosa!, e via, due passi, occhio a non scivolare che le figure sono sempre in agguato a bordo vasca, pensa se ti stampi all’ultimo metro e ti spiaccichi ai piedi del bagnino aitante in costumino succinto rosso.. –uuuuh vergogna-. Dunque, due passi cauti e il terzo con un colpetto preciso per lanciare in un angolo le infradito a righe, quelle che ho comprato la scorsa estate.
Eccola, finalmente. L’acqua come la neve di notte, tutta compatta traslucida, nella penombra che non è ancora arrivato il sole di qua dalla collina, e eccola, com’è bella, i piedi entrano così piano, così bene, che viene naturale affondarci a occhi aperti, un lenzuolo liquido per gli occhi aperti.
Scruto l’orizzonte a cercare una corsia vuota.
Sott’acqua, una scia di respiro a bolle, riemergo a metà vasca, proprio dove c’è un bordo di luce che filtra dalle vetrate, tanti ricami brillanti sull’orlo dell’acqua. Eccola, lì solo per me, che dice vieni e dice entra e dice ti abbraccio e ti prendo e ti avvolgo. Lo sai? sa di te. Questa neve di notte, perché se vai giù, sotto, senza movimenti, senza scossoni così semplicemente tu e lei, ti lasci affondare e poi riemergere piano, ti allunghi, tutta lunga dalle dita bianchicce ai piedi freddi, se ti lasci andare, e non ci pensi, e soffi un po’ dal naso e poi più niente, niente bolle niente movimenti niente rumori in testa, niente, e apri gli occhi, allora la vedi. Oltre il brusio sordo che rimbomba nelle orecchie, un’ovatta confusa, oltre l’opaco degli occhi a mollo, oltre la fatica terribile di vincere la paura, quella che ti viene, che mi viene, quando voglio stare ferma del tutto, oltre tutto questo c’è lei, un’acqua scura di azzurrogrigio e neromarrone, un’acqua scura tutta attorno, con delle ombre anche, delle sagome confuse, l’acqua scura immota, acqua senza tempo.
Ascoltavi i guns e portavi le converse slacciate, parlavi dell’oceano e ti venivano gli occhi brillanti, e ti aggiustavi i capelli schiariti dal sole poi, rattrappiti dal sale, e dicevi io non vado via dall’isola. Poi allungavi i piedi nella sabbia e mi guardavi in attesa.
Quella patina che mi affoga sa di te, perché l’ho capito dopo, che eri come la neve di notte.

***

In biblioteca c’è il ragazzo tanto carino che fa il servizio civile. E’ proprio tanto carino. Col mio borsone macigno e una patina rossastra diffusa in viso prendo la via per la fantascienza, una deviazione a sinistra verso il cinema, poi di nuovo, strada maestra fino alla narrativa. Mi sa che prenderò questo libro di palahniuk, intanto perché ha la copertina bella, e si sa, alla fine sono la solita superficiale che evviva l’estetica, e poi l’altro suo libro era davvero svarionante. Fascinoso.
Sì lo so ne ho già quattro in prestito, ehm, sì, sono scaduti eh? già, li porto presto va bene, e allora com’è questo libro? come com’è.. lo sto prendendo ora.. ah ecco pensavo lo stessi restituendo, anch’io sto leggendo un libro di palaniuk.. ma dai? è bello? sì mi piace.
Un gran sorriso. Ha anche un gran sorriso. Sere sere, non ci siamo.
dersè gniu sensesciooooon
Il fiume è luccicante oggi. Fa freddo, ma luccica.
gniu senseeeesciooon
Lo sapevo che dovevo nascere dieci anni prima, gli inxs sono di quel pacchiano kitsch tamarro e però li canticchio in ogni momento inopportuno. Sono una pacchiana anni ottanta.
E dunque me ne vado con il borsone più pesante di un libro e gli inxs nelle orecchie, l’aria fresca in faccia. Sento ancora l’odore del cloro, la puzza, insomma quello.
La mamma è al computer che ticchetta. Si avvicina allo schermo con fare puntiglioso, così, con il naso un po’ in su buttato in avanti e gli occhiali un po’ scesi, quelli carini con la montatura violetta. Scruta un po’, pensa, poi abbassa il mento, tiene le mani sospese, solo per un attimo impercettibile, sospese, e poi inizia a scrivere con i due indici, piano, metodica, meticolosa. La mia mamma prof. Che carina.
E’ un po’ imbronciata, ho fatto tardi.
sì scusa è che menichetti ha finito dopo e ho perso il treno
ma ti ho pure regalato i messaggi..almeno uno potevi..
sì scusa, dai.. sono andata alle tre in piscina..
umpf
fa come uno sbuffetto colla fronte aggrottata e le sopracciglia arcuate.
ti hanno telefonato tutti
chi? acca cate lava?
silenzio. Ha ripreso a ticchettare.
Il costume a mollo nel lavandino con il sapone azzurro tutto attorno. Le ombre nella stanza, la mia stanza, a volte penso come sarà quando non sarò più in questa stanza. Insomma prima o poi capiterà, e sarà triste, un po’ triste, star senza quelle ombre tutte gialle e arancioni che il sole tramonta proprio dritto oltre la mia finestra e dietro le montagne che ci sono lì, che i buchini della serranda, quelli un po’ allungati con gli angoli smussati, fanno tante chiazze di luce calda sulla moquette, e tutta diventa calda, la stanza, un alone morbido, poi ci sono pure dei particolari arancioni, li ho cercati così perché ci stavano bene, e la libreria, tutta la parete piena di libri, affollata, gonfia, straripante, in questa luce gialla è quasi armoniosa. Il poster del salone del fumetto, la ragazza con cappellino e barattolo di vernice che disegna un sole arancione e c’è scritto paz da qualche parte, sul suo giubbotto mi sembra, -è un tributo ad andrea pazienza-, e poi il quadro di moja, tutti gli schizzi arancioni sulla tela bianca grezza che senza cornice come piace a me sembrano schizzati direttamente sulla parete di fondo.
Quelle ombre, cavolo, sono così belle.

C’erano proprio le ombre gialle, ma di un giallo polveroso sbiadito, con la sabbia terrosa in mezzo ai fili d’erba e i cavalli in corsa lungo il bordo dell’orizzonte. C’erano distese verde scuro fresco a nord, e poi verde chiaro secco, rado, stinto, a sud, poi sempre più secco e sempre più rado, poi distese di quel giallo luminoso, e poi solo distese luminose e basta. Cose piatte fino a dove riuscivi a guardare. Dovevi fare gli occhi piccoli piccoli per sopportare la luce riflessa da terra, dovevi respirare piano quell’aria rarefatta, dovevi stare zitto, che il silenzio non si sciupa. C’erano le ombre gialle in mongolia.
Allora andiamo a ulan bataar?
Il papà era tanti anni che lo diceva, un po’ ridacchiando un po’ così, per sfida, e puntava il dito sull’atlante. Un dito in mezzo alle macchie marroni e niente città e niente mare e niente confini. Un dito in mezzo all’asia.
E ci siamo andati. E c’erano queste praterie e poi questi deserti, il freddo nel deserto, i cavalli selvaggi, i cammelli, gli yak!, quelli che stavano sulle figurine degli animali quand’ero piccola e sanno di siberia, non so perché, ma in realtà sono mucche pelosissime e vivono anche al caldo, e c’era una cosa che più di tutte sentivi respiravi mangiavi e toccavi tanto, una cosa di un colore violento, da far paura. Il cielo. Se non hai mai visto un cielo così non ci credi. Un cielo terso da alta montagna, ma senza montagne, solo a stento trattenuto da quel bordo piatto fatto di steppe e cavalli, solo con quel brusio leggero di un vento che non trova fessure dove fischiare e non trova ostacoli da modellare, quel brusio del vento del gobi in mezzo a piccoli steli d’erba duri come la roccia. Poi miha dagli zigomi alti e il naso schiacciato, dalla pelle rossa coriacea e le ossa larghe, diceva qualcosa con quelle sue consonanti tutte attaccate e suoni strusciati spezzati digrignati, indicava verso il niente e tu guardavi e annuivi, chissà cosa poi, ma di sicuro qualcosa c’era, e forse sei ore dopo l’avresti visto, sei ore in mezzo alla polvere, un’immensa scia di sabbia gialla alzata in quel cielo terso dalle ruote grosse del fuoristrada, il vento in faccia, i granelli in bocca. Era così la pace d’oriente. Nient’altro.

***

Mercoledì scorso al funerale c’era un mucchio di gente. Letteralmente un mucchio, tutti stipati nella chiesa di san martino, tutti attaccati a sentire i reciproci respiri, odori e sudori, tutti. Al funerale mi ero sentita mancare l’aria. Non tanto la folla, non il caldo da fiato nè il contatto non voluto con pance sederi e capelli di chissà chi. Erano le preghiere.
Ecco, io non prego. Non credo, sarebbe meglio dire, e quando sei così, un po’ fintamente forte della tua libertà dai precetti e un po’ spaurita della tua mancanza di giustificazioni, mancanza di appigli, quando sei così e ti trovi circondata da alte preghiere cantate, urlate, gridate a gran voce per allontanare la paura, gridate, gridate al soffitto della chiesa, restituite con eco e riverbero dalle pareti di lato, da quelle di fondo, dal legno dell’altare, dalle canne dell’organo, quando sei così magari ti manca l’aria.
Mi era salito su un qualcosa di indefinito dalla trachea. Un rantolo, un sospiro, un malessere. Mi era venuta voglia di gridare qualcosa, tanto non mi sentono, pensavo, poi sono stata buona. C’era davide che suonava il violino da qualche parte nella navata. C’era noemi vicino a me, anche lei che pregava, c’era una ragazzina davanti, con i jeans stretti e la schiena mezza nuda e i capelli a coda alta, come va adesso. C’era la voce pacata sonnolenta del prete che diceva qualcosa, e c’erano quelle preghiere.
Forse era che avevo tutti gli occhi impiastrati di lacrime secche e mi tiravano le guance e mi prudeva il naso, fatto sta che a un certo punto avevo chiuso gli occhi. Uno sforzo immenso, chiudere gli occhi. Ad occhi chiusi avevo visto prender forma nel buio tutte quelle preghiere e avevo solo pensato ecco sere, hai paura. Ti nascondi? neghi? ecco, hai paura. Ad occhi chiusi avevo visto la mia debolezza, le mie cose fragili, avevo avuto paura. Il buio mi fa questo effetto. E avevo pensato eccolo qua, il buio, magari è così, come nei film, qualcuno stringe la camera fino a un puntolino miscroscopico e bon, tutto buio, tutte le paure in un attimo a galla e le cose mai dette tutte lì in agguato. Magari è così che va a finire.
Poi ero tornata a casa, mi ero fatta il mio pianto e via.
La mamma mi aveva abbracciata e aveva pianto con me.
Avevo cercato di scriverci su qualcosa ma quella roba è ancora lì incompleta.

Poi proprio prima del concerto, in macchina di cate, da qualche parte per torino, ho guardato su in alto come faccio sempre. E’ stato allora che ho ripensato a quel buio là, buffo no?, il cielo tutto coperto ancora non del tutto nero, con le frange delle nuvole appena sagomate e qualche chiazza più chiara, non c’entrava niente con il mio buio nella chiesa. Così ho proprio pensato non c’entra niente, perché questo buio splende di nero, è sicuro, è il mio buio, solo mio per me.
mmm che schifo questa nuova di tiziano ferro
mamma mia cambiamo
e cate paciocca sull’autoradio.

***

E viene sempre un momento nei nostri discorsi in cui si insinua a forza quelle fatidica frase.
ho dddeciiiiso...
detto proprio così, con le i lunghe e accento sulla d, una d triplicata.
Ogni volta faccio come un sussulto, e poi rido. E’ bello. E’ il nostro ricordo che un po’ fa male e un po’ ti rassicura, perché è un legame stretto, unico, irripetibile, ti rassicura perché vuol dire che lei è ancora lì, dall’altra parte, che dice ciao sé, aspetta che cambio telefono.
Ecco, cate, ho dddeciiiso che questo è il nostro ricordo disperso.

***

iroscima mon amur!
Ma dai. Mai capito perché un nome così, un po’ macabro ecco.
Mi viene da dire fa un freddo burino, non vuol dire niente, ma lo dico sempre. Dunque fa un freddo burino e sere ha le gambe nude (ma brava! così domani vedi che maldigola).
Timbro blu. Tende rosse. Buttafuori improponibile. Dentro già suonano, fuori ci sono certi cd che voglio comprare. Ciao. C’è alex dei malaombra che mi vende il cd, non mi conosce ma forse è lui che ha commentato sul sito che il mio racconto era chic’ e ho sorriso al pc, c’è il lava che già ridacchia intessendo relazioni con i vari rockers torinesi, e c’è ale, educata e fine come sempre, cate, la ridanciana, le sue amiche. Ancora quel freddo là.

Apre la mano con il palmo all’insù, distesa, spianata, con l’altra arriccia le dita attorno a una penna immaginaria, fa il gesto di scribacchiare e con la faccia corruga un po’ la fronte e va su e giù col mento due tre volte, come per dire un buon lavoro, mi raccomando. Stefano nuovo tutankhamon si crede che bello bello mi può commissionare così i lavori. Ma guarda un po’. Cioè già tutte le settimane mi devo sbattere in giro a fare interviste e ora pure nelle sere di svago devo lavorare? E poi scusa, ma se viene viene, se no niente. L’altra volta è stato un colpo di fortuna, ci vuole l’ispirazione.
(con tono presuntuosetto)
Vedremo, cari i miei baroque, se stavolta me la fate venire, l’ispirazione. E se poi il concerto non mi piace che faccio? se mi viene un’ispirazione al contrario? Bah bah. Vedremo.
(seeee figurati, tanto appena torno mi ci metto un po’ d’impegno)

Quando ci avviciniamo al palco, c’è già uno stuolo di fans accalcati. Fans-femmina per la precisione. Gridolini. Ammiccamenti. Occhieggiamenti. Guarda, guarda..matteo è lì, uu, aa, oo, sottovoce ma neanche tanto. Ridolini e approvazione collettiva. Ma cazzo, tutte le volte uguale!, come screditare la categoria senza lasciare dubbio alcuno.
Si fa buio. Cioè era già buio, ma il silenzio rende il buio più buio.
Dunque, si fa silenzio e poi qualcuno abbassa un certo faretto fastidioso che puntava proprio in mezzo alla mia fronte.
Così li vedo.
Mutati, travestiti, plasmati, artificialmente teatrali. Modellati dalla luce e dai colori, dai trucchi e dalle stoffe, modellati dalla pelle nuda. Che bella la pelle nuda. Il torso nudo del batterista che si staglia sullo sfondo, il collo di stefano contro le pieghe di una vestaglia (una vestaglia?!) nera tutta setosa dai ricami (scritte? simboli? ideogrammi?) rossi, il viso del bassista con una cornice vaporosa di capelli scuri, camicia bianca e cravattone dal nodo molto largo e poi una qualche gonna o pantaloni neri molto larghi anch’essi. E infine sale su matteo, per ultimo, sale su da un lato del palco a carponi, un po’ animalesco, torso nudo anche per lui, gonna nera da ultimo samurai e non riesco più a staccare gli occhi da quel rosso red wine, rosso amaranto rubino bagnato della sua chitarra. Amaranto bagnato.
Inconfondibili baroque.
Uno dietro di me urla a una ragazza
e comunque non si scrive con la kappa barok!
e lo dice proprio come se avesse una kappa secca in fondo.
Eccoli, questi baroque. Dov’è il loro nero elegante? Stasera c’è un rosso di disturbo che schiamazza in giro, il rosso sulla vestaglia, il rosso sulla chitarra, il rosso di quelle rose attorcigliate ai microfoni. Va bene così, non si può avere sempre quello che ci si aspetta, e poi anche rosso va bene, passionale, violento, brutale, elegante no, non questa sera, passionale. Forse è così che deve andare. Quand’è che l’ho già detto? Andrà così, sarà elegante all’inizio e poi passionale e poi.. chissà, me lo diranno i prossimi baroque.
Fanno tanta scena, tanto spettacolo, tanto movimento, tanta scena soprattutto, e una certa sensazione di attesa mi si incolla addosso. Aspetto. E’ da copione, sere che vive sempre aspettando chissà cosa, vive proiettata nel futuro, ogni momento è peggiore di quello che sarà ecc ecc, anche oggi, anche ora.
Aspetto.
Poi mentre sono lì, con il braccio a metà fianco già tutto intorpidito, i formicolii che salgono su per le gambe come zanzarine sulla pelle bagnata, le testa immobile, un po’ inclinata per superare i ricci ingellati della fanciulla di fronte e il collo rigido, ghiacciato, nella stessa posizione da un’eternità sonora, mentre sono lì, come si dice, impalata, ecco, di colpo mi accorgo come sia tutto così chiaro.
Tutto ovvio.
E’ tutto scritto lì, in una canzone che è la prima volta che mi tocca, chissà cosa vorrà dire per loro, magari me lo farò spiegare, ma ora per me ha tutto un suo preciso senso e un suo preciso posto, in questo momento, qui, con le gambe rattrappite e le mani fredde, ha tutto un suo preciso posto in quella canzone, mare di notte cullami lontano non sbattermi di nuovo sulla riva, lo stanno cantando, senti?, lo stanno suonando, è proprio così, tutto al suo posto.
Loro sapevano.
Che sott’acqua si vede la neve di notte, che la pace a est acquieta la mente in tempesta, che quando c’è la festa tutto splende di nero, che quel nero non ha ombre celate, è chiaro e sicuro, è solo tuo, che ci sono cose che pungono dentro anche quando il tuo dentro è terso e limpido e puro.
Non saranno neri eleganti stasera, ma un po’ stupefacenti sì, evocativi, teatranti onirici dalle facoltà chiarificanti, sorprendenti, mi sorprendete stasera. Ma lo sapevate per davvero? tutto il gran casino di questi giorni, lo sapevate? che non vedrò la pace dell’est quest’anno, e che mi mancherà tanto? che ho ricordi che pungono dentro? lo sapevate? che certe cose nere sono splendenti e altre no, altre mostruose, altre non vanno cantate? che invoco chissà che mare per non finire di nuovo sulla stessa riva di sempre?
lo sapevate?